I musulmani delle Filippine difendono i cristiani

Nell’isola di Mindanao il Consiglio islamico contro gli estremisti

l Consiglio islamico delle Filippine prende le difese dei cattolici minacciati da integralisti fiancheggiatori del gruppo di Abu Sayyaf.
Il presidente del Consiglio islamico, professore Tajah Basman, ha inviato infatti un messaggio di solidarietà a monsignor Martin S. Jumoad, vescovo della prelatura territoriale di Isabela, della provincia di Basilan nel sud del Mindanao, per esprimere la sua solidarietà in seguito alle minacce a fine estorsivo ricevute dal prelato da parte di chi pretenderebbe di imporre una jizya (tassa) ai cristiani e a tutti i credenti di altre religioni che vivono in questa regione a maggioranza musulmana.
Il professor Basman nel messaggio inviato al vescovo Jumoad definisce infondata la pretesa degli integralisti di far pagare una jizya ai non convertiti all’islam, proprio sulla base della legge coranica. Per quanto riguarda le minacce degli integralisti verso chi volesse fare opposizione a questo presunto obbligo, per il presidente del Consiglio islamico la questione dovrebbe essere risolta dagli organi di polizia a cui spetta di perseguire chi si pone fuori dalla legge inviando missive con minacce estorsive.
Il professore Basman, in quanto esperto di storia dell’islam, rifiuta la tesi che la richiesta di una jizya sia leggittimata dalle lettere inviate dal profeta Mohammad quando divenne capo del califfato islamico. “Chi ha inviato la lettera a monsignor Jumoad – dichiara Basman – non è neppure il capo onorifico di un barangay né ricopre la carica di sindaco di un qualche piccolo villaggio. Nessuno di questi integralisti ha un minimo di autorità per imporre le sue pretese al vescovo e ai cristiani che vivono nella provincia”.
Il vescovo Jumoad ha annunciato alcuni giorni di ritiro spirituale che intende trascorrere insieme ai 17 sacerdoti e le 27 suore che costituiscono il corpo religioso in questa prelatura. Durante il ritiro verranno discussi vari argomenti di pastorale e si potrà anche riflettere su come rispondere cristianamente alle minacce degli integralisti.
La provincia di Basilan è stata teatro anche in passato di azioni criminali da parte del gruppo di Abu Sayyaf. Nel marzo del 2000 qui venne rapito e poi ucciso il missionario claretiano padre Rohel Gallardo. Precedentemente i terroristi islamici avevano rapito padre Bernardo Blanco che riuscì fortunosamente a fuggire dalla prigione dei terroristi. Un altro sacerdote, padre Eduardo Monge, venne rilasciato dopo cinquanta giorni di prigionia durante i quali fu sottoposto a inenarrabili torture fisiche e psichiche.
Nel frattempo, monsignor Antonio J. Ledesma, arcivescovo di Cagayan de Oro, ha lanciato un appello ai residenti nella Regione autonoma musulmana di Mindanao (Armm) affinché partecipino alle prossime elezioni locali dell’11 agosto per eleggere i propri rappresentanti al governo di questo territorio dove la maggioranza della popolazione è di fede musulmana.
Monsignor Ledesma nel suo messaggio si rivolge ai musulmani del sud di Mindanao chiamandoli “fratelli” per sottolineare i consolidati legami di amicizia e di fiducia stabiliti dalla Chiesa cattolica locale con le comunità e i leader religiosi musulmani della grande isola meridionale che per anni è stata teatro del conflitto tra gruppi di guerriglieri integralisti ed esercito di Manila.
Monsignor Ledesma, come responsabile del Secondo congresso nazionale rurale della Chiesa filippina, ha stabilito cordiali relazioni con i leader religiosi musulmani di Mindanao e ha approfondito con loro il dialogo interreligioso. Questa è una condizione necessaria al rinnovamento sociale e al progresso economico di quest’area. Infatti, l’isola di Mindanao è ancora afflitta dal problema della concentrazione della proprietà terriera nelle mani di gruppi multinazionali che qui praticano coltivazioni intensive. I piccoli coltivatori della regione – una minoranza consistente è di fede musulmana – hanno ricevuto dai vescovi cattolici un importante aiuto per la revisione della legge nazionale sulla riforma agraria che consentirebbe a loro di possedere la terra su cui lavorano e ricevere gli aiuti per coltivarla affinché possa produrre un reddito sufficiente alle loro famiglie.
Le elezioni nella Regione autonoma musulmana di Mindanao si tengono ogni tre anni e riguardano circa un milione di residenti chiamati alle urne per eleggere il governatore regionale, il vice governatore e tre parlamentari per ciascuno dei sette distretti amministrativi.
I gruppi dei guerriglieri integralisti hanno recentemente compiuto diverse azioni terroristiche intese a scoraggiare i cittadini a esercitare il loro diritto al voto. Così, una significativa affluenza alle urne per le elezioni dell’11 agosto sarebbe un segnale inequivocabile della volontà di pace che i musulmani di Mindanao sempre più apertamente manifestano.
Un comunicato del “Silsilah movement”, un gruppo di volontariato fondato da padre Vincenzo D’Ambra a Zamboanga City e che unisce e fa collaborare giovani cristiani e musulmani in azioni di carità verso i poveri di Mindanao, ha recentemente sottolineato che “musulmani e cristiani possono lavorare insieme, in armonia, nella comune richiesta di pace”. Decisivo, a detta del “Silsilah movement”, l’atteggiamento dei leader religiosi: “Quanti sono chiamati da Dio a ricoprire posizioni di responsabilità nelle comunità possono concretizzare il sogno di avere la pace esercitando la loro leadership come modello per il popolo, che intravede la presenza di Dio nelle loro azioni” improntate ai valori di giustizia e di pace.

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