I musulmani delle Filippine difendono i cristiani

Nell’isola di Mindanao il Consiglio islamico contro gli estremisti

l Consiglio islamico delle Filippine prende le difese dei cattolici minacciati da integralisti fiancheggiatori del gruppo di Abu Sayyaf.
Il presidente del Consiglio islamico, professore Tajah Basman, ha inviato infatti un messaggio di solidarietà a monsignor Martin S. Jumoad, vescovo della prelatura territoriale di Isabela, della provincia di Basilan nel sud del Mindanao, per esprimere la sua solidarietà in seguito alle minacce a fine estorsivo ricevute dal prelato da parte di chi pretenderebbe di imporre una jizya (tassa) ai cristiani e a tutti i credenti di altre religioni che vivono in questa regione a maggioranza musulmana.
Il professor Basman nel messaggio inviato al vescovo Jumoad definisce infondata la pretesa degli integralisti di far pagare una jizya ai non convertiti all’islam, proprio sulla base della legge coranica. Per quanto riguarda le minacce degli integralisti verso chi volesse fare opposizione a questo presunto obbligo, per il presidente del Consiglio islamico la questione dovrebbe essere risolta dagli organi di polizia a cui spetta di perseguire chi si pone fuori dalla legge inviando missive con minacce estorsive.
Il professore Basman, in quanto esperto di storia dell’islam, rifiuta la tesi che la richiesta di una jizya sia leggittimata dalle lettere inviate dal profeta Mohammad quando divenne capo del califfato islamico. “Chi ha inviato la lettera a monsignor Jumoad – dichiara Basman – non è neppure il capo onorifico di un barangay né ricopre la carica di sindaco di un qualche piccolo villaggio. Nessuno di questi integralisti ha un minimo di autorità per imporre le sue pretese al vescovo e ai cristiani che vivono nella provincia”.
Il vescovo Jumoad ha annunciato alcuni giorni di ritiro spirituale che intende trascorrere insieme ai 17 sacerdoti e le 27 suore che costituiscono il corpo religioso in questa prelatura. Durante il ritiro verranno discussi vari argomenti di pastorale e si potrà anche riflettere su come rispondere cristianamente alle minacce degli integralisti.
La provincia di Basilan è stata teatro anche in passato di azioni criminali da parte del gruppo di Abu Sayyaf. Nel marzo del 2000 qui venne rapito e poi ucciso il missionario claretiano padre Rohel Gallardo. Precedentemente i terroristi islamici avevano rapito padre Bernardo Blanco che riuscì fortunosamente a fuggire dalla prigione dei terroristi. Un altro sacerdote, padre Eduardo Monge, venne rilasciato dopo cinquanta giorni di prigionia durante i quali fu sottoposto a inenarrabili torture fisiche e psichiche.
Nel frattempo, monsignor Antonio J. Ledesma, arcivescovo di Cagayan de Oro, ha lanciato un appello ai residenti nella Regione autonoma musulmana di Mindanao (Armm) affinché partecipino alle prossime elezioni locali dell’11 agosto per eleggere i propri rappresentanti al governo di questo territorio dove la maggioranza della popolazione è di fede musulmana.
Monsignor Ledesma nel suo messaggio si rivolge ai musulmani del sud di Mindanao chiamandoli “fratelli” per sottolineare i consolidati legami di amicizia e di fiducia stabiliti dalla Chiesa cattolica locale con le comunità e i leader religiosi musulmani della grande isola meridionale che per anni è stata teatro del conflitto tra gruppi di guerriglieri integralisti ed esercito di Manila.
Monsignor Ledesma, come responsabile del Secondo congresso nazionale rurale della Chiesa filippina, ha stabilito cordiali relazioni con i leader religiosi musulmani di Mindanao e ha approfondito con loro il dialogo interreligioso. Questa è una condizione necessaria al rinnovamento sociale e al progresso economico di quest’area. Infatti, l’isola di Mindanao è ancora afflitta dal problema della concentrazione della proprietà terriera nelle mani di gruppi multinazionali che qui praticano coltivazioni intensive. I piccoli coltivatori della regione – una minoranza consistente è di fede musulmana – hanno ricevuto dai vescovi cattolici un importante aiuto per la revisione della legge nazionale sulla riforma agraria che consentirebbe a loro di possedere la terra su cui lavorano e ricevere gli aiuti per coltivarla affinché possa produrre un reddito sufficiente alle loro famiglie.
Le elezioni nella Regione autonoma musulmana di Mindanao si tengono ogni tre anni e riguardano circa un milione di residenti chiamati alle urne per eleggere il governatore regionale, il vice governatore e tre parlamentari per ciascuno dei sette distretti amministrativi.
I gruppi dei guerriglieri integralisti hanno recentemente compiuto diverse azioni terroristiche intese a scoraggiare i cittadini a esercitare il loro diritto al voto. Così, una significativa affluenza alle urne per le elezioni dell’11 agosto sarebbe un segnale inequivocabile della volontà di pace che i musulmani di Mindanao sempre più apertamente manifestano.
Un comunicato del “Silsilah movement”, un gruppo di volontariato fondato da padre Vincenzo D’Ambra a Zamboanga City e che unisce e fa collaborare giovani cristiani e musulmani in azioni di carità verso i poveri di Mindanao, ha recentemente sottolineato che “musulmani e cristiani possono lavorare insieme, in armonia, nella comune richiesta di pace”. Decisivo, a detta del “Silsilah movement”, l’atteggiamento dei leader religiosi: “Quanti sono chiamati da Dio a ricoprire posizioni di responsabilità nelle comunità possono concretizzare il sogno di avere la pace esercitando la loro leadership come modello per il popolo, che intravede la presenza di Dio nelle loro azioni” improntate ai valori di giustizia e di pace.

A quarant’anni dall’«Humanae vitae»

Quarant’anni fa, il 25 luglio 1968, Paolo VI firmava l’Humanae vitae, l’enciclica che respingeva la contraccezione con metodi artificiali, contro l’edonismo e le politiche di pianificazione familiare, spesso imposte ai Paesi poveri da quelli più ricchi.

Ricordo il lacerante dissenso dottrinale all’enciclica da parte di alcuni preti e teologi americani

“Non indurci in tentazione” è la sesta implorazione del Padre Nostro. Peirasmòs, il termine greco utilizzato in questo passaggio per indicare la “tentazione” significa prova o esame. È la richiesta dei discepoli a Dio di proteggerli contro la tentazione suprema delle forze empie. La tentazione si riferisce al calice di Gesù nell’orto del Getsemani, lo stesso calice che i suoi discepoli avrebbero usato (Marco, 10, 35-45). Il lato oscuro dell’interno del calice è un abisso. Rivela le conseguenze terribili del giudizio di Dio sull’umanità peccatrice. Nell’agosto del 1968 il peso del peirasmòs evangelico ricadde su numerosi sacerdoti, incluso me.
Fu l’anno di una brutta guerra, di un’innocenza complessa che santificò lo spargimento di sangue. Lo storico inglese Paul Johnson definisce il 1968 l’anno del “tentativo di suicidio dell’America”. Incluse l’offensiva del Têt in Vietnam con i suoi effetti devastanti sulla politica americana; l’assassinio di Martin Luther King Jr. a Memphis, nel Tennesse; i tumulti nelle città americane durante il fine settimana della Domenica delle Palme e, in giugno, l’uccisione del senatore Robert F. Kennedy nella California del Sud. Fu anche l’anno in cui Papa Paolo VI pubblicò l’Enciclica sulla regolazione della natalità Humanae vitae, che incontrò un’opposizione immediata, premeditata e senza precedenti da parte di alcuni teologi e pastori americani. In ogni caso il 1968 fu un calice amaro.
L’estate del 1968 fu incandescente. I ricordi sono ancora vivi e dolorosi. Restano vividi come un tornado sulle pianure del Colorado. Abitano il turbine in cui dimora la collera di Dio. Nel 1968 accadde qualcosa di terribile nella Chiesa. In seno al sacerdozio ministeriale, fra amici, si verificarono ovunque fratture che non si sarebbero mai più ricomposte. Quelle ferite continuano ad affliggere l’intera Chiesa. Il dissenso e la manipolazione da parte dei responsabili della rabbia che essi stessi fomentavano divennero la prova suprema. Si modificarono rapporti fondamentali in seno alla Chiesa. Per molti fu un peirasmòs.
Ritengo necessarie alcune premesse. All’epoca, il cardinale Lawrence J. Shehan, sesto arcivescovo di Baltimora, era il mio superiore. Papa Paolo VI lo aveva nominato, insieme ad altri, membro aggiunto della Pontificia Commissione di studio sui problemi della famiglia, della popolazione e della natalità, creata dal beato Papa Giovanni XXIII nel 1963, durante il Concilio Vaticano ii. Prima del 1968 si verificarono discussioni, ritardi e pubblicazioni non autorizzate da Roma di resoconti provvisori. Alla commissione ampliata fu assegnato il compito di fare delle raccomandazioni su tali questioni al Papa.
Per prepararsi alle deliberazioni, il cardinale inviò lettere riservate a varie persone della Chiesa a Baltimora chiedendo consiglio. Anche io ne ricevetti una. Nel rispondere attinsi alla mia esperienza sia personale sia pastorale.
La famiglia e l’educazione ricevuta mi avevano inculcato un’idea cristiana del sesso. Ero pieno di meraviglia di fronte al suo mistero. Non furono necessarie argomentazioni teologiche per convincermi dello stretto legame fra atto sessuale e nuova vita. Quella verità era infatti data per scontata presso la scuola elementare collegata alla parrocchia del monastero passionista di Saint Joseph a Baltimora. Durante l’adolescenza mio padre mi aveva introdotto al pieno significato della sessualità umana e alla necessità della disciplina. Il suo intervento aveva aperto un varco nel labirinto della mia adolescenza.
Mediante la famiglia, la scuola e le parrocchie strinsi amicizia con molte giovani donne. Ne frequentavo abitualmente alcune ed ero attonito di fronte alla loro bellezza. Il coraggio di santa Maria Goretti, canonizzata nel 1950, colpì la mia generazione come un forte temporale in montagna. Crescendo compresi meglio quanto potesse essere complessa l’amicizia con le giovani donne. Irrompevano nella primavera della mia vita come il ritmo composito di una poesia. Con mia grande sorpresa la gioia di essere loro amico veniva arricchita dalla preghiera, dalla modestia e dai sacramenti della penitenza e dell’Eucaristia.
L’educazione e la formazione che ricevetti in seguito, nei seminari, si basarono su quelle esperienze. In una lettera del 1955 a un’amica, la scrittrice Flannery O’Connor descrive il significato della virtù della purezza per molti cattolici di quel tempo: “vedere Cristo come Dio e uomo probabilmente non è oggi più difficile che in passato (…) per te può trattarsi di non riuscire ad accettare ciò che definisci una sospensione della legge della carne e della realtà fisica, ma io penso che quando saprò cosa sono veramente le leggi della carne e della realtà fisica, allora saprò cos’è Dio. Le conosciamo come le vediamo noi, non come le vede Dio. Per me il concepimento verginale, l’incarnazione, la resurrezione sono le leggi autentiche della carne e della realtà fisica. Morte, decadenza, distruzione sono la sospensione di queste leggi. Rimango sempre attonita di fronte all’enfasi che la Chiesa pone sul corpo. Dice che non è l’anima che risorgerà, ma il corpo, glorificato. Ho sempre pensato che la purezza fosse la più misteriosa delle virtù, ma mi viene in mente che non sarebbe mai stato possibile convincere la coscienza umana della purezza, se non avessimo dovuto attendere con ansia la resurrezione del corpo, che sarà carne e spirito uniti nella pace, come lo sono stati in Cristo. La resurrezione di Cristo rimane il culmine della legge della natura”.
La teologia della O’Connor di segno decisamente escatologico anticipa l’insegnamento del Concilio Vaticano ii “In realtà solamente nel mistero del Verbo incarnato trova vera luce il mistero dell’uomo” (Gaudium et spes, n. 22). In quegli anni, non avrei potuto usare le sue parole esplicite per esprimere la mia posizione sulla sessualità e la sua pratica. Quando la scoprii divenne per me una sorella spirituale.
Otto anni di ministero sacerdotale dal 1958 al 1966 a Washington e a Baltimora arricchirono la mia esperienza. Non impiegai molto a scoprire i cambiamenti negli atteggiamenti degli americani verso la virtù della purezza.
In entrambe le città si stava verificando un aumento vertiginoso delle gravidanze fuori dal matrimonio. Nel 1965-1966 il Consiglio metropolitano per il benessere e la salute intraprese uno studio per consigliare il governo della città su come affrontare quel fenomeno. A quel tempo, i membri del consiglio, di cui anche io facevo parte, riponevano una fiducia incondizionata negli esperti e nella ricerca sociale.
Perfino il Concilio Vaticano ii aveva espresso fiducia illimitata nel ruolo di specialisti benevoli (cfr Gaudium et spes, n. 57). Nessuno di quelli che conoscevo per motivi professionali previde la crisi di fiducia che stava proprio dietro l’angolo nei rapporti fra uomini e donne. Non fummo in grado di stabilire condizioni di giustizia e di purezza di cuore in cui potessero svolgere un ruolo la meraviglia e l’apprezzamento. Eravamo già anacronistici e privi di speranza. Ignoravamo il carattere della vita. Perfino allora c’erano segni dei disastri che i bambini, nati o nascituri, avrebbero dovuto affrontare. Per tutti gli anni Sessanta, parte del mio ministero di sacerdote e di assistente sociale, consistette nell’offrire consulenza a famiglie e a nuclei monoparentali del centro della città.
Rispondendo alla richiesta del cardinale Shehan con una lettera riservata condivisi in generale queste preoccupazioni. Il mio consiglio al cardinale fu molto concreto e specifico. Pensai concisamente: il dono d’amore dovrebbe essere reso fecondo.
Questi due punti sono fissi e costanti. Questa semplice idea rese tutto più lieve come un alleggio in una tempesta. Ne scrissi in modo più formale al cardinale: i significati procreativo e unitivo del matrimonio non si possono separare. Di conseguenza privare deliberatamente un atto coniugale della sua fertilità è intrinsecamente sbagliato. Incoraggiare o approvare questo abuso condurrebbe alla scomparsa della paternità e a una mancanza di rispetto per le donne. In seguito, Papa Giovanni Paolo II ci ha donato un’intuizione complementare e superlativa del significato nuziale del corpo umano Decenni dopo, mi sono imbattuto in un pensiero analogo di Meister Echkart: “La gratitudine per il dono si esprime soltanto permettendogli di divenire fecondo”.
Qualche tempo dopo, la Pontificia Commissione inviò le sue raccomandazioni al Papa. La maggior parte dei suoi membri, fra cui il cardinale Shehan, consigliò una modifica dell’insegnamento ecclesiale sulla contraccezione alla luce delle nuove circostanze. Anche prima che l’enciclica fosse firmata e pubblicata il voto del cardinale era stato reso pubblico, sebbene non per sua volontà. Come sappiamo il Papa decise diversamente. Queste sono le premesse al dramma che si verificò dopo la pubblicazione il 29 luglio dell’Humanae vitae.
Nelle sue memorie il cardinale Shehan descrive la reazione immediata di alcuni sacerdoti a Washington: “Dopo aver ricevuto la notizia della pubblicazione dell’enciclica, il Reverendo Charles E. Curran, insegnante di Teologia Morale presso la Catholic University of America, volò a Washington dall’ovest, dove viveva. Nel tardo pomeriggio del 29 luglio, lui e altri nove professori di Teologia della Catholic University si incontrarono, in maniera evidentemente prestabilita, a Caldwell Hall per ricevere, di nuovo come da accordi precedentemente presi con il “Washington Post”, l’enciclica, capitolo per capitolo, man mano che usciva dalla rotativa.
La storia ha poi chiarito che entro le ore 21 avevano ricevuto l’intero documento, l’avevano letto, analizzato e criticato e avevano redatto la “Dichiarazione di Coscienza” in seicento parole.
Poi cominciò una lunga serie di telefonate a teologi nell’est, che continuarono, secondo il “Washington Post”, fino alle 3.30, e nelle quali si chiedeva loro l’autorizzazione ad apporre alla dichiarazione i loro nomi come firmatari, sebbene gli interpellati non avessero avuto l’opportunità di leggere né l’enciclica né la dichiarazione stessa. Nel frattempo, era stato concordato con una televisione locale che la dichiarazione venisse trasmessa quella stessa notte”.
Il giudizio del cardinale fu sprezzante. Nel 1982 scrisse: “La prima cosa da notare a proposito di tutta la faccenda è questa: per quanto io possa ricordare, mai nella storia della Chiesa la solenne proclamazione di un Papa è stata ricevuta da un gruppo di cattolici con tanta mancanza di rispetto e tanto disprezzo”.
Cominciò il peirasmòs personale, la prova. A Baltimora, all’inizio dell’agosto 1968, alcuni giorni dopo la pubblicazione dell’enciclica, ricevetti per telefono l’invito di un pastore assistente, recentemente ordinato, a partecipare all’incontro di alcuni sacerdoti di Baltimora presso la canonica della parrocchia di Saint William of York, nell’area sud-est di Baltimora, per discutere dell’enciclica. L’incontro fu fissato per domenica sera 4 agosto. Accettai l’invito.
Il crepuscolo era luminoso e l’aria calda e umida. Il luogo era gremito. Sedevamo su file di banchi e sedie ed eravamo presieduti da un pastore diocesano del centro della città, che era noto per la sua opera nell’ambito della liturgia e dei rapporti fra le razze. Ad assisterlo nella gestione dell’incontro c’erano alcuni sacerdoti sulpiciani del Saint Mary’s Seminary di Baltimora. Non ricordo quanti fossero.
Le mie aspettative si rivelarono del tutto irrealistiche. Avevo sperato che lo scopo dell’incontro fosse ricevere copie dell’enciclica e discuterne, ma mi sbagliavo. Infatti nulla di tutto ciò accadde.
Dopo averci accolto e presentato il gruppo dirigente il pastore venne al dunque. Pretendeva che ognuno di noi sottoscrivesse la “Dichiarazione di Coscienza” di Washington. Mescolando passione e umorismo ci spiegò le sue ragioni, che andavano dal mantenimento della credibilità della Chiesa fra i laici alla necessità di permettere una “flessibilità” nella formazione della coscienza dei coniugi sull’uso dei contraccettivi. Prima del nostro arrivo, chi ci aveva convocato aveva stabilito che il rifiuto dell’enciclica da parte dei sacerdoti di Baltimora sarebbe stato pubblicato il mattino successivo sul quotidiano “The Baltimore Sun”.
La dichiarazione di Washington fu letta ad alta voce. Poi il pastore chiese a ognuno di noi di dare il consenso all’apposizione del proprio nome. Non ci fu tempo per discutere, riflettere o pregare. Ogni sacerdote doveva rispondere “sì” o “no”.
Non firmai. Mi ricordai della mia lettera al cardinale Shehan. Rimasi convinto della verità del mio giudizio e delle mie conclusioni. Poiché ero seduto all’ultimo posto, ascoltai ogni risposta dei sacerdoti sperando nel sostegno di qualcuno di loro, che però non giunse. Infatti, tutti accettarono di firmare. Non ci furono astensioni. Dopo l’ultimo rimasi isolato. Il seminterrato cominciò a essere soffocante.
Era scesa la notte. La stanza era carica di tensione. Stava accadendo qualcosa di epocale. Divenne chiaro che la strategia era stata accuratamente elaborata in precedenza dai capi. Tutto si svolgeva senza difficoltà. Le loro abilità retoriche sortivano il proprio effetto anticipatamente. Avevano studiato attentamente come avvalersi della coercizione emotiva e intellettuale. Per il presbiterato di Baltimora la violenza sotto forma di aperta manipolazione era qualcosa di nuovo.
La reazione del capo al mio rifiuto fu prevedibile e terribile. Tutta la situazione a quel punto divenne una lotta snervante, una prova terribile, un peirasmòs. Il sacerdote/capo, avvalendosi di un linguaggio escatologico che attingeva al suo passato nel Corpo della Marina durante la seconda guerra mondiale, rispose in modo sprezzante alla mia decisione. Cercò di costringermi a cambiare idea. Si arrabbiò visibilmente e divenne verbalmente aggressivo. L’implicita violenza “fraterna” si fece più evidente. Contestò e poi derise la mia integrità. Mi rimproverò di rischiare il mio “futuro” ecclesiastico, sebbene con un riferimento più preciso dal punto di vista anatomico. Le ingiurie proseguirono.
Con coerenza sorprendente riuscii a rispondere che l’enciclica del Papa meritava per lo meno la cortesia di venire letta, mentre nessuno di noi lo aveva fatto. Proseguii dicendo che, in effetti, approvavo e accettavo l’insegnamento del Papa così come era stato riportato dai mezzi di comunicazione sociale. Quella risposta suscitò scherno ancor maggiore. Per il resto era calato il silenzio. Infine, vedendo che rimanevo fermo sulle mie posizioni, l’ex marine si mise a sbrigare dei compiti e ad aggiornare l’incontro. Poi i capi prepararono una dichiarazione per il quotidiano del giorno successivo.
L’incontro ebbe fine. Mi affrettai ad andarmene, libero, ma disorientato. Una volta fuori, le tenebre mi inghiottirono. Noi tutti eravamo stati sottoposti a una cosa nuova per la Chiesa, a qualcosa di inatteso. Un pastore e diversi professori di seminario avevano abusato della loro retorica per minare la verità nella comunità evangelica. Se contrastati, assumevano il ruolo degli amici di Giobbe. Il loro sdegno divenne un incubo. Nella notte sembrava che Dio tendesse la mano nel tentativo di toccarmi il viso.
Il dissenso di alcuni professori di seminario sulpiciani accrebbe il mio disorientamento. Nel loro antico seminario di Baltimora avevo infatti appreso per la prima volta il nesso fra libertà, interiorità e obbedienza. Dovevano ben essere consapevoli del fatto che il processo che avevano sostenuto quella sera andava oltre le “norme del legittimo dissenso”, ma non mostravano alcuna preoccupazione per la gravità di quel momento teologico e pastorale. Non esprimevano insofferenza per il carattere coercitivo dell’incontro di agosto, e non lo fecero nemmeno in seguito. Né lo fece alcuno dei sacerdoti presenti. Quella stessa notte, un sacerdote diocesano chiese privatamente che il suo nome fosse rimosso prima della pubblicazione della dichiarazione sul giornale.
Per molto tempo mi sono interrogato sul significato di quell’evento. Era un cataclisma al quale era difficile sopravvivere incolumi. La mia comprensione dell’evento procedeva lentamente. In seguito, Henri de Lubac colse una parte del suo significato: “Nulla è più in contrasto con la testimonianza della divulgazione. Nulla è più diverso dall’apostolato della propaganda”.
Le idee di Hanna Arendt sono state d’aiuto a proposito dell’equilibrio pericoloso della cultura occidentale del xx secolo fra inevitabile condanna e sconsiderato ottimismo. “Si dovrebbero scoprire i meccanismi nascosti per mezzo dei quali tutti gli elementi tradizionali del nostro mondo politico e spirituale sono stati dissolti in una conglomerazione in cui tutto sembra aver perso valore specifico ed è divenuto incomprensibile all’uomo e inutilizzabile a fini umani. Cedere al mero processo di disintegrazione è divenuto una tentazione irresistibile, non solo perché ha assunto la falsa grandezza di “necessità storica”, ma anche perché ogni cosa al di fuori di ciò ha cominciato ad apparire morta, esangue, insignificante e irreale”. Il mondo sotterraneo che ha sempre accompagnato le comunità cattoliche, chiamato gnosticismo dai nostri antenati, era di nuovo riaffiorato e aveva tentato di usurpare la verità della tradizione cattolica.
Il ricordo di un fatto avvenuto nell’aprile del 1968 mi aiutò a gettare ulteriore luce su quanto era accaduto ad agosto. Al culmine delle agitazioni del 1968 a Baltimora, dopo l’assassinio di Martin Luther King Jr., feci una telefonata di emergenza allo stesso pastore del centro della città che poi avrebbe presieduto l’incontro di agosto. Il governatore della città mi aveva chiesto se i pastori e i loro fedeli assediati avevano bisogno di cibo, di assistenza medica o di altro tipo di aiuto.
Quella telefonata fu di gran lunga la più drammatica che feci. Il pastore descrisse ciò che vedeva dalla parrocchia mentre era al telefono con me. Una finestra incorniciava un vicinato che stava andando distrutto. Si stava scatenando l’inferno. Disse: “Da qui non vedo altro che fuoco ovunque. Tutto è stato incendiato. Finora la chiesa e la canonica non sono stati toccati”. Non voleva andarsene. La sua voce tradiva disillusione e paura. In seguito apprendemmo che gli edifici parrocchiali erano rimasti intatti.
Nei mesi e negli anni successivi continuai a cercare di “classificare” quei due eventi. Le traiettorie dell’aprile e dell’agosto 1968 imprevedibilmente conversero. I ricordi di violenza fisica in città nell’aprile 1968 mi aiutarono a dare una spiegazione all’avvenimento dell’agosto di quello stesso anno. Il dissenso ecclesiale può diventare una specie di violenza spirituale per forma e contenuto. Mi venne una nuova, inquietante idea. Violenza e verità non si mescolano. Quando un’evidente violenza di qualsiasi genere viene perpetrata contro la verità, l’ironia che ne risulta è letale.
Che cosa voglio dire? Esaminiamo le conseguenze dei due eventi. Dopo il violento fine settimana della Domenica delle Palme, il dialogo civile nella Baltimora metropolitana venne meno e lasciò il posto a rabbia e ad aperte recriminazioni fra bianchi e neri. La violenza dell’incontro dei sacerdoti ad agosto scatenò una feroce acrimonia. I dialoghi fra sacerdoti, se c’erano, erano contaminati dalla paura. Fra loro il sospetto divenne cronico. I timori abbondavano e sono presenti ancora oggi.
Il sacerdozio arcidiocesano perse qualcosa della fraternità di cui i sacerdoti di Baltimora avevano goduto per generazioni. Il 1968 segnò l’interruzione della communio generazionale del presbiterato arcidiocesano, che era stata continuamente rafforzata dal seminario e dalla sua facoltà sulpiciana. La fraternità sacerdotale era stata ferita. Il dissenso pastorale aveva attaccato il fondamento eucaristico della Chiesa. Il suo significato nuziale era stato negato. Alcuni sacerdoti cominciarono a considerare i vescovi null’altro che manichini di Roma.
In quella violenta notte di agosto accadde qualcos’altro fra i sacerdoti. L’amicizia nella Chiesa ricevette un duro colpo. Gesù, definendo “amici” quanti erano con lui, aveva fatto dell’amicizia un’analogia privilegiata della Chiesa. Quell’analogia venne offuscata dopo che un ingente numero di sacerdoti si vergognò dei propri responsabili e ripudiò il loro insegnamento.
In seguito, il cardinale Shehan riferì che il lunedì mattina del 5 agosto rimase “sgomento nel leggere sul “Baltimore Sun” che settandue sacerdoti della zona di Baltimora avevano firmato la Dichiarazione di Coscienza”. Quelli che in seguito definì “gli anni della crisi” ebbero inizio in quella afosa e violenta sera dell’agosto 1968.
Tuttavia, quella notte non fu una sconfitta totale. Io, come altri, scoprii qualcosa di nuovo. Quando giunse il momento della testimonianza cristiana, non si riuscì a costringere alcun cristiano che non volesse. Quella notte, nonostante la novità di essere trattato come un oggetto di vergogna e di ridicolo, non mi “vergognai del Vangelo” e provai un “dolce piacere in ciò che è giusto”. Non fu una cattiva lezione. L’obbedienza ecclesiale si manifestò appieno.
Scoprire che Cristo era stato il primo a non curarsi della vergogna fu lacerante nella sua realtà esistenziale e provvidenziale. Paradossalmente, in quell’afosa notte di agosto un nuovo segno apparve in modo inaspettato lungo il cammino verso una vita futura. Diceva: “Gesù apprese l’obbedienza mediante la sofferenza”.
La violenza di quella iniziale disobbedienza fu solo il preludio a una violenza ulteriore e diffusa. Quando si incontravano, i sacerdoti si dolevano per la manipolazione dei loro fratelli. Il disprezzo per la verità, in forma sia aggressiva sia passiva, è divenuto comune nella vita ecclesiale. Sacerdoti, teologi e laici dissenzienti hanno continuato con le loro tecniche di coercizione e, fin dall’inizio, la stampa se ne è avvalsa per promuovere il suo perfido piano.
Tutto ciò portò a un’altra scoperta. Il discernimento è un elemento essenziale del ministero episcopale. Per mezzo della grazia dello “Spirito che governa”, le capacità di discernimento di un vescovo dovrebbero maturare. L’attenzione episcopale dovrebbe concentrarsi sulla frattura/rottura avviata da Gesù e descritta da san Paolo nella sua risposta ai dissenzienti di Corinto. “Cercate una prova che Cristo parla in me, lui che non è debole, ma potente in mezzo a voi. Infatti egli fu crocifisso per la sua debolezza, ma vive per la potenza di Dio. E anche noi siamo deboli in lui, saremo vivi con lui per la potenza di Dio nei vostri riguardi. Esaminate voi stessi se siete nella fede, mettetevi alla prova” (2 Corinzi, 13, 3-5).
La rottura costituita dalla morte violenta di Gesù ha modificato la nostra idea della natura di Dio. La vita trinitaria è essenzialmente amore e arrendevolezza. Nel battesimo su ogni discepolo di Gesù viene impressa la filigrana trinitaria. Il Verbo incarnato venne per fare la volontà di colui che lo aveva mandato. L’obbedienza attuale dei discepoli al Successore di Pietro non si può separare dalla povertà di spirito e dalla purezza di cuore presentati e vinti dal Verbo sulla Croce.
Una breve postfazione. All’incirca nel 1978, durante una visita episcopale nella sua parrocchia, pranzai con quel pastore di Baltimora, l’ex marine che aveva presieduto l’incontro dell’agosto del 1968. Ero ospite presso di lui. Era ancora un avversario temibile. Parlammo della sua parrocchia, quella stessa che aveva amministrato durante le agitazioni del 1968. L’atmosfera era rilassata.
Durante il semplice pasto che consumammo in cucina presi una decisione difficile. Dal momento che non avevamo mai più parlato della notte dell’agosto 1968, decisi di farlo. Il mio riferimento fu breve, obiettivo e, per quanto possibile, non minaccioso. Avevo sperato che mi desse delle spiegazioni su un evento divenuto centrale per l’esperienza di molti sacerdoti, me incluso. Mentre ricordavo con la mente e con il cuore gli avvenimenti di quella notte, egli rimase in silenzio. Il suo silenzio proseguì. Sebbene non avesse dimenticato, non fece alcun commento. Non sollevò lo sguardo. Il suo cuore era più freddo ora.
Non ottenni nulla. Lasciai cadere la questione. Nel 1968 non era stato possibile alcun dialogo e non lo era nemmeno nel 1978. Mancava un terreno comune. Entrambi guardavamo nell’abisso, ma da sponde opposte. L’angoscia e l’inquietudine fecero svanire la lontana speranza di riconciliazione e di amicizia. Non tornammo mai più sull’argomento. È morto servendo una grande parrocchia suburbana. L’unica possibilità rimasta è percuotermi il petto e pregare: “Signore ricorda il segreto degno di tutta la nostra indegnità”.
I presbiteri diocesani non si sono ripresi dalle notti di luglio e di agosto del 1968. Molti nella vita consacrata hanno fallito la prova evangelica. Dal gennaio 2002 l’abisso si è spalancato altrove. Ora, tutto il popolo di Dio, inclusi bambini e adolescenti, deve guardare l’abisso e vedere quali bestie spaventose ne popolano il fondo. Tremiamo tutti di fronte alla collera di Dio, piangiamo con rammarico per i nostri peccati e imploriamo dal Padre il ricordo misericordioso dell’obbedienza di Dio.